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22 Luglio 2024 ,

Mannequin Pussy I Got Heaven

2024 - Epitaph
[Uscita: 01/03/2024]

Se si arriva a scrivere queste righe con ritardo che qualcuno potrebbe chiamare colpevole è a causa di un malcelato pregiudizio. I Mannequin Pussy di Marisa Dabice hanno a lungo goduto delle attenzioni di quelle torme di ego impegnate a selezionare l’esclusività delle proprie scelte culturali, inutili sotto ogni altro aspetto. Se sommiamo a questa attitudine indiretta, l’attenzione gourmet che alcune agenzie del gusto come Pitchfork hanno da sempre riservato al gruppo di Philadelphia, il quadro del rigetto pregiudiziale è completo. Tuttavia a differenza dei grandi dogmi culturali del XXI secolo, non necessariamente il rifiuto aprioristico esclude la ricerca. È così che, a distanza di cinque anni dal precedente “Patience”, e a quasi quattro dall’uscita di “I Got Heaven” decidiamo di dare una chance a questo lavoro, per scoprire al quarto minuto della primissima traccia in cui si articola il lavoro che stavolta il pregiudizio non è stata, come in altri numerosi casi, una potente arma euristica di selezione: abbiamo perso tempo invece di averne guadagnato. Il disco presenta, sin dal suo esordio con la title-track, un piglio rabbioso autentico come non se ne sentiva da tempo, così come non si apprezzava da tempo un’attitudine contestatoria così radicale e raffinata al tempo stesso (Nothing Like), capace di incontrare l’attenzione dell’utente streaming medio per poterne meglio disturbare la paciosa superficialità. Da questo punto di vista le influenze shoegaze che attraversano tutto il lavoro hanno effettivamente apportato una certa riflessiva ascoltabilità, senza tuttavia intaccare l’immediatezza profonda della pratica compositiva della band che trova anche il modo di esprimersi in momenti garage apparentemente meno ponderati (Oh Her). Ciò che traspare profondamente anche dalle pieghe linguistiche di “I Got Heaven” è l’impossibilità di convivere con questo mondo, l’impossibilità di avere una parte nello spettacolo che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno e la necessità di gridarlo – OK? OK! OK? OK! con Colins Regisford alla voce – ma anche di ritirarsi, non partecipare alla festa come nella lucidità rabbiosa di Loud Bark. Il disco alterna continuamente aggressività anni Novanta e mollezze power pop alle quali è difficile non arrendersi tanto che l’impressione complessiva è quella che i Mannequin Pussy abbiano deciso di lavare il loro suono nell’acqua limpida dei Pavement, un po’ per arte e un po’ per vedere l’effetto che fa. Un gran bell’effetto.

Voto: 8/10
Luca Gori

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